1 luglio 2026

In Area 20003 Minuti

Tre fornaci per campane: nuove prospettive sul laboratorio medievale della Pieve

La giornata del 1° luglio 2026 ha rappresentato un momento particolarmente importante per le ricerche in corso nell’Area 2000, dove lo scavo delle strutture produttive legate alla fusione delle campane continua a restituire risultati di grande interesse.

L’approfondimento delle indagini ha infatti permesso di riconoscere con maggiore chiarezza la presenza di tre differenti fosse di fusione, riferibili ad altrettanti impianti produttivi realizzati in momenti diversi della vita della pieve. Si tratta di una novità di particolare rilievo, perché conferma come l’interno della navata centrale non sia stato utilizzato occasionalmente, ma abbia ospitato nel tempo una vera e propria attività di produzione delle campane destinate al complesso ecclesiastico.

Le dimensioni delle strutture consentono già una prima stima delle campane che vi furono realizzate. La fornace maggiore sembrerebbe essere stata destinata alla fusione di una campana di circa 58 centimetri di diametro, con un’altezza stimata compresa tra 75 e 80 centimetri. Una seconda struttura risulta invece compatibile con una campana più piccola, di circa 46 centimetri di diametro e un’altezza stimata tra 56 e 60 centimetri, mentre una terza fornace, riconosciuta soltanto nel corso delle ultime giornate di lavoro, dovrà essere ulteriormente indagata per definirne caratteristiche e dimensioni.

Lo studio di questi impianti offre anche l’occasione per riflettere sull’evoluzione delle tecniche di fusione delle campane nel corso del Medioevo e dell’età moderna. Due sono infatti i principali trattati che descrivono queste lavorazioni. Il più antico è il De diversis artibus di Teofilo, scritto agli inizi del XII secolo, che descrive una tecnica fondata sulla fusione a cera persa diretta. Più di quattro secoli dopo, Vannoccio Biringuccio, nel suo celebre De la Pirotechnia (1540), documenta invece un sistema tecnologicamente più evoluto, basato sulla costruzione della cosiddetta falsa campana mediante modani rotanti e modelli in argilla, una soluzione che consentiva una maggiore standardizzazione del processo produttivo.

Uno degli obiettivi della ricerca è proprio quello di comprendere quale tradizione tecnologica possa essere riconosciuta nelle strutture messe in luce alla Pieve di San Cassiano. La risposta non dipenderà da un singolo elemento, ma dall’insieme delle evidenze archeologiche che emergeranno con il proseguimento dello scavo: la forma delle fosse, i livelli di combustione, i residui di lavorazione, le tracce lasciate dagli stampi e l’organizzazione complessiva degli spazi fusori.

Le attività sono naturalmente proseguite anche nelle altre aree del cantiere, dove continuano le indagini sulle sepolture medievali dell’Area 1000 e sull’articolazione architettonica della pieve nell’Area 3000. È tuttavia lo straordinario complesso delle fornaci per campane a rappresentare, al momento, uno dei contesti più promettenti dell’intera campagna 2026, destinato ad arricchire in modo significativo le conoscenze sull’archeologia della produzione e sulla metallurgia medievale in Toscana.



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